Textus Originalis
di questo paese; né altro ne ha riferito che la [pura] verità. Infatti nessuno ha avuta mai cognizione della Sicilia, che [poi] non n'abbia scritto largamente; nessuno ha fatta menzione di essa, che non l'abbia lodata. Ella già fu madre d'uomini illustri; ella partorì [molti] valentuomini. Ma non ebbene alcuno che s'agguagliasse ad 'Ibn Ḥamdīs; quantunque di altri [begli ingegni] ella possa vantarsi, e quantunque non le appartengano [tra'] versi di questo poeta, che i seguenti (1): «T'affretta alle voluttà; t'affretta a quelle, montando i più veloci, i più ardenti corsieri ch'abbia il piacere,» «Pria che il sole, fatto alto, non sugga il nettare (2) mattutino da' fiori della camomilla». A che è da aggiugnere quegli altri: «Ho ricordata la Sicilia, ecc. (3)». (1) Son dati anche da 'Ibn Ḫallikān, nella vita d' 'Ibn Ḥamdīs, ediz. Slane, I, 420 del testo, e II, 160 della versione inglese; ediz. Wüstenfeld, fasc. IV, pag. 110, N. 407; ediz. del Cairo, I, pag. 429. La Qaṣīdah, da cui sono tolti questi versi, si legge nel codice di Pietroburgo, fog. 41 verso, ma non tratta della Sicilia; essa è indirizzata ad cUbayd 'Allah, figliuolo di 'Al Muctamid, principe di Siviglia. (2) Questo vocabolo, straniero affatto al Parnaso arabo, è pur comodo, perchè mi fa scansare una traduzione letterale, che suonerebbe male ad orecchi europei. La camomilla è appo gli Arabi il paragone obbligato de' denti bianchi, come fu pei nostri Arcadi, di buona memoria, il corallo, quando si dicea de' labbri di Fille. Tra la metafora strana e la immagine non pulita che ci avrebbe resa qui una traduzione letterale, ho messo «fiori» in vece di «denti» di camomilla. (3) Il compilatore inserisce qui i due versi che abbiam dati nel Cap. XI, pag. 200, e citati nel Cap. XVII, pag. 239. Si vedrà nel Capitolo LIX che 'Ibn Ḥamdīs ricordò la sua patria assai più sovente che nol credesse l'antologista.