Textus Originalis
stirpò il pensiero, e ritornò coll'esercito a Marocco. Nel corso di questa spedizione fece accordo con 'Abū Ya^qūb il re di Sicilia e gli mandò il tributo (1), dopo aver temuto fortemente di lui. 'Abū Ya^qūb accettò i presenti che il re di Sicilia gli inviava, e fermò la tregua a condizione che gli pagasse (2) ogni anno una somma di danaro, che fu determinata di accordo. Mi è stato detto che 'Abū Ya^qūb ebbe da questo re de' tesori che nessun re ne possedette mai simili. Tra gli altri notavasi una pietra di yāqūt (rubino o zaffiro) che chiamavano l'ugna di cavallo: essa fu posta nel serto di gemme di che fu ornato il codice del Corano; il qual gioiello non avea prezzo, perocché la sua circonferenza tornava a quella d'un'ugna di cavallo. Questo gioiello è rimaso fin oggi nel detto codice, insieme con altre pietre di gran valore. Il codice è lo stesso che abbiam ricordato di sopra, una cioè delle copie di ^Utmān, che Dio l'abbia in grazia; ed è pervenuta agli Almohadi dai tesori degli Omeiadi, ecc.
Note a pie di pagina
1 (1) Il testo ha 'itāwah « censo di terreno, tassa angarica », ecc., ed anche « dono fatto per corrompere ».
2 (2) Secondo la costruzione del testo era il re di Sicilia che dovea mandare un tributo annuale. Il cronista, che poc'anzi ha chiamato tributo i doni soliti nelle ambascerie di quel tempo, dice ora il contrario della condizione che si stipulò, la quale fu che lo Stato di Tunis pagasse annualmente una determinata somma di danaro al re di Sicilia, al fine, come a me sembra, di ottenere il permesso della tratta dei grani. Cf. St. de' Mus., III, 517, 630, segg.; Marino Sanuto, Istoria del regno di Romania, ediz. di Hopf, nelle Chroniques Greco-Romaines, pag. 137, e i diplomi che ho citati nell'ultima edizione del mio Vespro Siciliano (1876), Prefazione § XXVIII, pag. XLIX.