Textus Originalis
11. « Quante erbe sanno amaro, e pur le ha nudrite la dolce acqua delle nubi! » 12. « Molte cose ch'io non sapea, l'esperienza me l'ha ora insegnate: che il buono e il tristo s'ignora pria di metterlo a prova »; 13. « E chi suppone dolci tutte le acque che gli si stendon sotto gli sguardi, giudica il contrario quando ei n'ha bevuto ». 14. « Sciolto il freno alle passioni, montai or questa camela ed or quella: ed esse, tagliando [a mezzo] i deserti, annodavan le [fila delle] mie faccende ». 15. « Camelucce incurvate dallo stento, che parean archi di nab^ (1) tesi da braccia robuste ». 16. « Quando vengono alle fonti d'acqua [limpida e] cilestra, cascano (2) su i margini, sì [stanche] da sembrare spallette [fabbricatevi intorno] (3) ». 17. « [M'affido a sì misere cavalcature, spinto] dal fermo proponimento che mi fa andare attorno per [tanti] paesi, con una speme che la mia coscenza smentisce ». 18. « Né trovo riposo che nel segreto pensiero onde mi reco innanzi gli occhi ciò ch'è lungi assai (4) ». 19. « Quand'appresi a temere la malvagità degli uomini, li scansai ed elessi la solitudine del romito (5) ».
Note a pie di pagina
1 (1) Arbusto celebrato dagli antichi poeti arabi, per gli eccellenti archi che se ne facea. V. Sacy, Chrést., III, 2a edizione, 239.
2 (2) Secondo P, sarebbe « periscono ».
3 (3) In tutto il verso il poeta gioca sul doppio significato di ^ayn « occhio e fonte »; hawāgib « sopracciglia e margini, lembi », ecc.
4 (4) Gayb, che significa « assente », ed anche « l'avvenire »: qui allude a persone assenti e cose passate.
5 (5) Bisticcio sul verbo « temere » e su l'aggettivo di esso che, usato sostantivamente, significa romito.