Textus Originalis

19. « È colei che, in vece di guarirmi, tratta co' palliativi (1) questo mio male insanabile » (2). 20. « [Ella cresciuta] agli agi; ebbra della propria bellezza (3): il suo labbro di ciriegia (4) lo mangeresti; [beveresti] il vin rosso della sua guancia ». 21. « Le gettai uno sguardo, che alle linguacce sembrò furtivo segno di amore »; 22. « E [sciolsersi a] dire: « Ecco un'occhiata rivelatrice che le fa salire il sangue alle gote! » « Oh no, risposi; no, per la mia vita, è il pudore che fa sbucciare una rosa! » 23. « Ma rimbeccano: « Sbagliammo; ella è un angelo! » (5). « Oh questo sì ch'è vero! »

Note a pie di pagina

1 (1) Letteralmente: « Ella [va] palliando ad ogni istante, in vece [di dar]mi salute, il languor di palpebre, pel quale non v'ha guarigione ». Leggo come nel testo il verbo che traduco « palliare », il quale qui mi sembra più proprio che « medicare o curare », come vorrebbe il Fleischer. Il poeta non ringrazia, ma si lagna; poiché la bella, in vece di curarlo radicalmente, gli porge de' palliativi. Su l'uso di questo verbo si vegga il Dozy, Supplément, I, 439.

2 (2) Letteralmente: « Languor di palpebre, dal quale non si risana ». Non ho voluto mostrare ai lettori l'immagine, poco pulita, di un'oftalmia.

3 (3) Letteralmente: « ebbra del vino della sua bellezza », traducendo con questo ultimo vocabolo l'arabico rayq, rīq o rīqah, che vuol dir « saliva ». I poeti arabi non hanno a schifo questa voce, anzi! Ma non capirei come in questo modo la bella si potesse ubbriacare dassè.

4 (4) Letteralmente: « rosso cupo », e dicesi propriamente di tal color delle labbra, ch'è gran bellezza presso gli Arabi. Ho spiegato il concetto del poeta mettendo, in vece del colore, il nome del frutto al quale par ch'egli alluda.

5 (5) Non trovando vocali nel testo, leggo ginnah in vece di gannah, che significherebbe « giardino o paradiso ». Ginnah torna a « genio », essere soprannaturale, sia buono o cattivo.