Textus Originalis

1. « Ecco una gazzella ornata di orecchini, » 2. « Che mi canta le nenie quand'io son ito; » 3. « Quand'ella vede ciò che m'è successo. » 4. « Come prato variopinto, » 5. « Non mi cale [d'altro] quand'ella è meco, » 6. « Poiché nell'amor suo mi consumo, » 7. « Il suo volto è luna che spunta; » 8. « Superbisce quando ha preso tutto per sé l'amor mio; » 9. « E quindi io peno. » 10. « Sur un tralcio sottile, » 11. « Le è dolce il mio lungo dolore. »

Note a pie di pagina

1 detto lungamente e pur non abbastanza; perchè è studio che si comincia a fare adesso. Il metro che abbiamo nel testo sembra regolato su l'accento, come i nostri versi; e andrebbe chiamato ottonario. Se si potesse dare al vocabolo w i z n « peso » ed anche « metro d'un verso » (come a p. 583, lin. 11 del testo) il significato nostro di accento, i versi ne avrebbero veramente cinque ciascuno. Le tre rime si alternano in guisa che la prima torna nel 4°, 7°, 10°, ecc.; la seconda nel 5°, 8°, 11°, ecc.; la terza nel 6°, 9°, 12°, ecc. Si osserva inoltre in questo strambotto, se così lice chiamarlo, un artifizio somigliante a quello che nella poesia arabica non classica si chiama t a h m i s, ossia « il quintuplicare » e consiste nello aggiugnere quattro versi dopo ciascun verso d'un dato componimento. Questo che abbiamo alle mani, con siffatta nomenclatura si chiamerebbe « interzato ». Difatti il concetto corre benissimo ne' versi condotti su la prima delle tre rime, che son quelli segnati coi numeri 1, 4, 7, 10, 13, 16, e comparisce intralciato e spesso tronco affatto negli intermedii. Indi si vede che questi sono interpolati per variare la rima; e interpolati molto grossolanamente, non aggiugnendo altro che borra, quando non spezzano affatto il filo del ragionamento; come fanno nella musica vocale moderna le parole che si replicano al solo scopo di attaccarvi le note.