Textus Originalis

« quel che fanno gli amici nel Castello (1) ». Soggiugne 'Ibn Rašīq che Ga^far, sentendo questa poesia, ammirolla di molto e ne crebbe l'amor suo pel poeta; sì che gli vietò assolutamente di partire. Allora Muhammad scrisse a Tiqat 'ad dawlah [l'epistola seguente], rinnovando la preghiera che avea fatta al figliuolo, ringraziandolo anco della liberalità usatagli e facendo pur sempre ricordo della sua patria. « O castello di Tāriq, gli affetti miei tutti in te si ristringono. Le mie brame son libere, ma i miei passi trattenuti [non arrivano] a te ». « Se costì si dorme, oh io son desto sempre a piangere per te, e chi piange la vita [passata] è degno di scusa ». « Tanto dolore è in me che, se traboccasse dal mio fegato e si spandesse sopra di te », « Oh allora prenderebbero fuoco le case che ti circondano »! Nel [seguito di] questa poesia egli lodava Tiqat 'ad dawlah; ma non ottenne dal padre né dal figliuolo ciò ch'egli desiderava. De' più arguti versi suoi ch'io conosca, son quelli che indirizzò a Ga^far, dopo avergli chiesto il permesso di ritornare in patria, al che [l'emir] s'era adirato e però non si era fatto più veder da lui. « Al veder la luna piena sursi a salutarla e me le mostrai umilissimo servitore ».

Note a pie di pagina

1 (1) Letteralmente: i vicini nel castello. Con questo ultimo nome si vuol dire al certo di Qasr Tāriq, nominato in principio dei versi che seguono.