Textus Originalis
— VI —
stigliani, Austriaci, ecc. a volta a volta ne calpestarono il suolo, lo rubarono, lo devastarono, lasciandoci solo ad amaro ricordo il nudo ceppo, cui attaccavan la cavezza de' loro cavalli, o la fune de' loro corsali. Pure in tanto tramestio, e fra sì luttuose vicende, v'ebbe un periodo di tregua; ed e' fu quello in cui un principe straniero, con un pugno di prodi, separatosi dal paese natio, e fermata qui sua nobile stan za, seppe scuotere dal letargo e rinsanguar l'esinanita gente; con quistatore, fu conquistato egli stesso dall'amore de' naturali dell'Isola. L'epoca Normanna, e la Sveva ad essa strettamente legata, furon epoche di prosperità e di gloria, di cui mai non ebbe questa terra le eguali, e quei regni fulgido astro in densa tenebria, che tramontava ben presto, per riapparire più tardi confuso nella stella d'Italia. La storia di quel tempo è tutta nostra; le altre si appartengono a' popoli, che fecero qui lor breve o lunga dimora. Alla Grecia ed a Cartagine si appartiene quella delle colonie ch'elleno si ebbero in que st' Isola; ed i resti delle grandiose loro costruzioni non rammentano la nostra, ma la gloria di quelle nazioni. Di Roma è la storia della sua dominazione in Sicilia; e le ghiande missili, che sparse qua e là si trovan pe' campi, servono solo a ricordarci la reazione de' natu rali insofferenti di giogo, come le tante monete scoverte, la timida occultazione dinanzi alla rapacità de' Proconsoli. Alla bizantina isto ria si lega quella delle incursioni dell'orde bulgare e slave in queste regioni; e i nomi e le vestigia di tanti monasteri da loro inalzati, ci rivelano soltanto, come la greca astuzia sapesse accoppiare la croce al capestro, per infrenar, col corpo, anche lo spirito degl'indomiti abi tanti. Completamente estranee sono a noi le vicende, che Arabi e Ber beri si ebbero in questo suolo, destinato ad ingrassare le loro man drie vaganti; ed i ruderi che ancor rimangono delle loro castella non ci additano, che il modo come, l'un contro l'altro, procuravano assicu rarne il possesso. Ed alla storia spagnuola si aspetta meglio quel lun go periodo, in cui affamati ministri di avidi sovrani, fecero scempio di questo misero popolo, cui non lasciarono, che la memoria di anghe rie e di funesti sistemi di prepotente governo: storie tutte quante, le quali non formerebbero, per la Sicilia, che una, quella cioè delle sue patite sventure. Nè le fonti, donde la narrazione de' fatti vien tratta, sono per noi meno straniere. Avvegnachè patrimonio della letteratura de' popoli do-