Atto I — Epopea
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, io Aimé, monaco indegno del sacro monastero di Montecassino, intraprendo a scrivere la storia dei Normanni.✦
(1) Aimé di Montecassino, Ystoire de li Normant, ed. O. Delarc (Rouen, 1892). Il testo è una traduzione francese del XIV sec. di un originale latino perduto dell'XI sec. Cfr. il dossier Delarc nel corpus Arethe (Documento 6).
Così — o con parole molto simili, filtrate attraverso un traduttore francese del XIV secolo e un manoscritto unico conservato a Parigi — inizia il racconto più antico che possediamo sulla conquista normanna dell'Italia meridionale. Il suo autore è un uomo di Dio. Il suo soggetto sono uomini di ferro.
Chi erano i Normanni?
La risposta convenzionale è nota: discendenti dei Vichinghi, stanziati nel nord della Francia dal 911, convertiti al cristianesimo e alla lingua francese in poche generazioni, ma con la violenza dei padri ancora nel sangue. La risposta più precisa è sociologica: erano figli cadetti✦
(2) Sul fenomeno dei figli cadetti come motore dell'espansione normanna: J.J. Norwich, The Normans in the South (London, 1967), Cap. I.
I primi arrivarono intorno al 1016✦
(3) Aimé, I.17, ed. Delarc, pp. 18-19. L'episodio dei pellegrini a Salerno nel 1016.
La scena che segue è costruita sulla base della cronaca di Aimé di Montecassino, Libro I, capp. 17-19, ed. Delarc (1892), pp. 18-19. I dialoghi sono un'invenzione letteraria per dare voce alla situazione documentata✦
(4) Nota di metodo narrativo. La scena è un'invenzione letteraria costruita sulle coordinate fattuali di Aimé I.17-19.
Il principe di Salerno guardò i Normanni montare a cavallo. Disse al suo consigliere: "Mandagli dietro. Non con l'oro — l'oro lo rifiuterebbero, sono troppo orgogliosi. Mandagli le arance, le mandorle, le stoffe d'Oriente. E mandagli un messaggio: 'Venite. Questa terra ha bisogno di voi. Ha più frutti di quanti ne possiate mangiare e più nemici di quanti ne possiate uccidere.'"
Il consigliere rispose: "E se vengono e poi non se ne vanno?"
Il principe non rispose.
Vennero. E non se ne andarono.
Nel giro di vent'anni, un clan familiare — gli Altavilla (Hauteville), originari di un villaggio del Cotentin — dominava il sud Italia✦
(5) Sugli Altavilla: Chalandon (1907), Vol. I, Capp. I-III.
Guglielmo Braccio di Ferro fu il primo a distinguersi nella campagna di Sicilia del 1038-40 al servizio dei Bizantini✦
(6) Guglielmo Braccio di Ferro nella campagna di Sicilia, 1038-40: Aimé, II.8, ed. Delarc, p. 58.
Aimé ci dice che Roberto arrivò in Puglia e chiese al fratello Drogone un feudo. Non solo non ricevette terra, ma non ricevette neppure consiglio✦
(7) Aimé, II.45, ed. Delarc, p. 100: Roberto arriva e non riceve né terra né consiglio dal fratello.
Il suo fratello minore, Ruggero, si prese la Sicilia.
A Cerami, nel 1063✦
(8) Battaglia di Cerami, 1063: Malaterra, De Rebus Gestis Rogerii, II.33, ed. E. Pontieri, RIS² V/1 (1928).✦
(9) Sulla tattica della carica con lancia couched: R.C. Smail, Crusading Warfare, 1097-1193 (Cambridge, 1956).
Ma la conquista della Sicilia non fu solo militare. Fu politica.
Quando Ruggero entrò a Palermo nel 1072, non bruciò le moschee✦
(10) Sulla politica religiosa di Ruggero a Palermo: Chalandon, I, pp. 209-214; Johns (2002), Cap. I.
Nasceva il patto fondativo di Cosmopolis.
Atto II — Analisi
La conquista normanna della Sicilia è un caso di studio in ingegneria istituzionale che merita un'analisi strutturale, non agiografica.
Il problema. Al completamento della conquista (Noto cade nel 1091)✦
(11) Caduta di Noto, 1091: Malaterra, IV.16. Ultimo presidio arabo in Sicilia.✦
(12) La stima demografica è approssimativa. Cfr. R.J.A. Wilson, Sicily under the Roman Empire (1990) per le stime tardoantiche, e Amari per le stime islamiche.
La soluzione normanna: il pragmatismo radicale. La risposta di Ruggero — e, dopo di lui, di suo figlio Ruggero II — fu un pragmatismo che sfida le categorie moderne✦
(13) Sul "pragmatismo radicale" normanno: D. Matthew, The Norman Kingdom of Sicily (Cambridge, 1992), pp. 18-32.
Primo strumento: la tolleranza calcolata. I Normanni non abolirono la dhimma islamica; la invertirono. I musulmani e gli ebrei ottennero protezione e libertà di culto in cambio di tasse e lealtà. I greci ortodossi mantennero le loro chiese, i loro monasteri, la loro liturgia. I Normanni non imposero l'uniformità religiosa perché non potevano permetterselo numericamente, e non ne avevano bisogno economicamente. La tolleranza non era un valore: era un calcolo✦
(14) "La tolleranza come calcolo": questa formulazione è dell'autore. Riflette l'analisi di Matthew (1992) e Johns (2002), che rifiutano entrambi l'idealizzazione della "tolleranza normanna".
Secondo strumento: la burocrazia multilingue. L'amministrazione normanna funzionava in tre lingue. I documenti ufficiali della cancelleria erano redatti in latino, greco e arabo, a seconda del destinatario✦
(15) Sulla trilinguità della cancelleria: Johns (2002), Capp. II-IV.✦
(16) H. Takayama, The Administration of the Norman Kingdom of Sicily (Leiden: Brill, 1993).
Terzo strumento: la centralizzazione. I Normanni imposero un potere monarchico forte, concentrato nella persona del conte (poi re). A differenza del feudalesimo frammentato del continente europeo, lo Stato normanno di Sicilia mantenne un controllo diretto sul territorio, limitando il potere dei baroni e conservando vaste demaine reali✦
(17) Sulle demaine reali: Takayama (1993), Cap. IV.
Le fonti a confronto. La nostra comprensione di questo periodo dipende da un triangolo di fonti la cui geometria rivela tanto le realtà storiche quanto i limiti della nostra conoscenza.
Aimé di Montecassino✦
(18) Sul valore e i limiti di Aimé come fonte: cfr. il dossier Delarc/Champollion-Figeac nel corpus Arethe (Documento 6).
Goffredo Malaterra✦
(19) Goffredo Malaterra, De Rebus Gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis, ed. Pontieri (1928).
Ugo Falcando✦
(20) Ugo Falcando, Liber de Regno Sicilie, ed. Siragusa (1897). Cfr. il dossier completo nel corpus Arethe (Documento 4/6).
Nessuna di queste fonti è "oggettiva". Nessuna è sufficiente da sola. È nell'intersezione tra le loro prospettive — il devoto, il cortigiano, il dissidente — che si può tentare di ricostruire la realtà.
Atto III — Visione
Nel Kunsthistorisches Museum di Vienna è custodito un oggetto che vale più di mille analisi: il mantello dell'incoronazione di Ruggero II.✦
(21) Il mantello dell'incoronazione di Ruggero II: Kunsthistorisches Museum, Vienna, inv. XIII 14. Datato 528 H. / 1133-34 d.C. dall'iscrizione araba.
È un semicerchio di seta rossa, tessuto nel 1133-34 nel tiraz reale di Palermo da artigiani arabi✦
(22) Sul tiraz reale di Palermo: Johns (2002), pp. 263-265.
Quest'oggetto è la sintesi materiale di tutto ciò che la conquista normanna produsse. Non è un compromesso. Non è una giustapposizione. È una fusione: un oggetto che non avrebbe potuto esistere in nessun altro luogo della terra nel XII secolo.
Ferdinand Chalandon, nella sua Histoire de la domination normande✦
(23) Chalandon (1907), Vol. II, conclusioni.
La lezione non è ideologica. Non riguarda la "bellezza della diversità" — un concetto che avrebbe fatto ridere Ruggero I. Riguarda la meccanica del potere.
Ogni organizzazione che conquista un territorio — sia esso un mercato, un campo di battaglia, o un settore industriale — si trova di fronte alla stessa scelta: distruggere le strutture preesistenti e sostituirle con le proprie, o assorbire quelle strutture e integrarle. La prima opzione è più rapida e più semplice. La seconda è più costosa nel breve termine e infinitamente più produttiva nel lungo.
I Crociati scelsero la prima. Crearono nel Levante degli Stati feudali identici a quelli europei, ignorando le strutture locali. Durarono meno di due secoli e non lasciarono quasi nulla✦
(24) Sul confronto Stati crociati / Sicilia normanna: C. Cahen, Orient et Occident au temps des Croisades (Paris, 1983).
I Normanni scelsero la seconda. Crearono in Sicilia uno Stato che parlava tre lingue, pregava in tre riti, e funzionava come una macchina unitaria. Durarono fino a quando la macchina fu gestita da operatori competenti.
Le competenze arabe nella gestione fiscale, le competenze greche nella cultura e nell'amministrazione ecclesiastica, le competenze normanne nell'organizzazione militare e nella struttura feudale: ognuna di queste era necessaria. Nessuna era sufficiente. L'integrazione non fu un atto di generosità; fu un atto di intelligenza.