Atto I — Epopea
Nella piazza di Jesi, nelle Marche, il 26 dicembre 1194, una donna partorì sotto un tendone.
Non era una donna qualunque. Era Costanza d'Altavilla, imperatrice del Sacro Romano Impero, figlia di Ruggero II, ultima erede del sangue normanno✦
(1) Costanza d'Altavilla (1154-1198): figlia postuma di Ruggero II. Cfr. Chalandon, II, Cap. XV; D. Abulafia, Frederick II: A Medieval Emperor (London, 1988), Cap. I.✦
(2) La nascita pubblica di Federico a Jesi: la tradizione è attestata da fonti duecentesche, tra cui cronache imperiali. Kantorowicz, Kaiser Friedrich der Zweite (Berlin, 1927), Cap. I, la riporta con cautela.
Il bambino si chiamava Federico Ruggero. Sarebbe diventato Federico II di Svevia, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Sicilia, re di Gerusalemme e re d'Italia, e il mondo lo avrebbe chiamato Stupor Mundi✦
(3) L'epiteto Stupor Mundi è attestato dalla cronachistica coeva, in particolare da Matteo Paris, Chronica Majora, ed. H.R. Luard (London, Rolls Series, 1872-83).
Ma prima di diventare stupore, fu orfano.
Suo padre, l'imperatore Enrico VI, morì nel 1197✦
(4) Morte di Enrico VI, Messina, 28 settembre 1197. Cfr. Abulafia (1988), p. 89.
La scena che segue è un'invenzione letteraria. Le fonti non descrivono l'infanzia di Federico a Palermo in questi termini. La ricostruzione è basata sulle informazioni di Ernst Kantorowicz✦
(5) Nota di metodo narrativo. La scena dell'infanzia palermitana è un'invenzione letteraria basata sulle informazioni di E. Kantorowicz, Kaiser Friedrich der Zweite (1927), Cap. II, che descrive la giovinezza di Federico a Palermo come semi-abbandonata e cosmopolita. I dialoghi e le sensazioni sono inventati.
Il bambino cresceva nei vicoli di Palermo.
Non nei palazzi — o non solo. L'infanzia di Federico, secondo la tradizione che Kantorowicz raccolse dalle fonti arabe e latine, fu singolare per un futuro imperatore: semi-abbandonato dalla burocrazia pontificia che avrebbe dovuto proteggerlo, il piccolo re vagava per una città che era ancora il crogiolo di Cosmopolis. Nei fondachi del porto sentiva l'arabo dei mercanti tunisini. Nelle chiese del quartiere greco ascoltava la liturgia di San Basilio. Nelle strade della Kalsa, l'antico quartiere fatimida, vedeva calligrafi, medici, astrologi. I baroni normanni lo ignoravano o lo usavano. Il papa, lontano a Roma, si occupava di lui per procura.
Quel bambino non ebbe un precettore unico. Ebbe una città.
E quella città — Palermo, l'erede di Bal'harm, la capitale che Ruggero II aveva trasformato nel laboratorio della convivenza — gli insegnò qualcosa che nessun tutore avrebbe potuto insegnargli: che il mondo non era fatto di una sola lingua, di una sola fede, di un solo modo di pensare. Era fatto di molti, e chi sapeva tenerli insieme governava. Chi non sapeva, era governato.
A quattordici anni, nel 1208, Federico dichiarò la propria maggiore età✦
(6) La dichiarazione di maggiore età: Abulafia (1988), p. 101.✦
(7) Incoronazione imperiale a Roma, 22 novembre 1220: Abulafia (1988), Cap. V.
Cosa fece Federico con il potere?
Tutto ciò che nessuno si aspettava e molto di ciò che nessuno poteva perdonargli.
Fondò l'Università di Napoli nel 1224✦
(8) Fondazione dell'Università di Napoli, 1224: il decreto imperiale è pubblicato in J.-L.-A. Huillard-Bréholles, Historia Diplomatica Friderici Secundi (Paris, 1852-61), Vol. II, p. 452. È la prima università fondata da un decreto statale anziché da una bolla pontificia.
Scrisse il De arte venandi cum avibus✦
(9) De arte venandi cum avibus: ed. C.A. Willemsen (Leipzig, 1942). L'opera, incompiuta alla morte di Federico, fu completata dal figlio Manfredi. Cfr. Haskins (1927), p. 309.✦
(10) La citazione è parafrasata dal prologo del De arte venandi: "Nos autem in his et in aliis non sumus secuti Aristotelem dum necesse fuit quia raro aut numquam experientia de accipitribus habuit." Cfr. Willemsen (1942), p. 1.
Ma l'atto più audace — quello che scandalizzò la Cristianità e affascinò il mondo musulmano — fu la Sesta Crociata✦
(11) La Sesta Crociata (1228-29): Abulafia (1988), Capp. IX-X.
Federico sbarcò in Terra Santa nel 1228, scomunicato dal papa✦
(12) Scomunica di Gregorio IX (1227): provocata dal rinvio della crociata. La seconda scomunica seguì nel 1239.✦
(13) Auto-incoronazione a Gerusalemme, 18 marzo 1229: Abulafia (1988), p. 186. L'atto fu considerato sacrilego dai prelati presenti.
Fu il trionfo della diplomazia sull'ideologia. Fu la prova vivente che un cristiano poteva parlare con un musulmano come un uomo parla con un altro uomo, e ottenere più con le parole che con le spade. Fu anche un atto che né il papa né i baroni crociati gli avrebbero mai perdonato.
E poi inventò l'italiano.
La frase richiede una precisazione. Federico non "inventò" una lingua dal nulla. Ma creò le condizioni istituzionali e culturali perché una lingua nascesse.
Alla sua corte, nella Magna Curia itinerante che si spostava tra Foggia, Melfi e Palermo, un gruppo di funzionari-poeti cominciò a scrivere versi in volgare siciliano✦
(14) Sulla Scuola Siciliana: cfr. il piano bibliografico completo nel corpus Arethe (Documento 5).✦
(15) Giacomo da Lentini (c. 1210 - c. 1260): notaio imperiale e inventore del sonetto. Contini, Poeti del Duecento (1960), Vol. I, pp. 47-52.✦
(16) Pier della Vigna (c. 1190-1249): cancelliere imperiale e poeta. Dante lo colloca nell'Inferno, XIII, tra i suicidi, ma ne ammira la maestria retorica.
Come ha dimostrato Gianfranco Contini nella sua analisi fondamentale✦
(17) G. Contini, Poeti del Duecento (Milano-Napoli: Ricciardi, 1960), Vol. I, Introduzione. Il meccanismo della "toscanizzazione" è il contributo filologico più importante di Contini alla comprensione della Scuola Siciliana. Cfr. Documento 5.
Dante lo sapeva. Nel De Vulgari Eloquentia✦
(18) Dante, De Vulgari Eloquentia, I.xii.2: "Et quia regale solium erat Sicilia, factum est ut quicquid nostri predecessores vulgariter protulerunt, sicilianum vocetur."
Atto II — Analisi
Lo Stato costruito da Federico II tra il 1220 e il 1250 non fu un'evoluzione dello Stato normanno. Fu un salto di paradigma. Per comprenderlo, è necessario analizzare separatamente i suoi quattro assi portanti — giuridico, fiscale, culturale e diplomatico — e poi osservare come la loro interazione creò un sistema di complessità senza precedenti.✦
(19) Sul "salto di paradigma" dello Stato federiciano: Abulafia (1988), pp. 202-252; Kantorowicz (1927), Capp. VII-VIII.
L'asse giuridico: le Costituzioni di Melfi (1231). Le Constitutiones Regni Siciliae, note come Liber Augustalis✦
(20) Liber Augustalis (1231): ed. J.-L.-A. Huillard-Bréholles, Historia Diplomatica, Vol. IV (1857). Cfr. anche A. L. Ferraris, The Constitutions of Melfi (Leiden, 2004).✦
(21) Sull'influenza bolognese: Kantorowicz (1927), Cap. VII, argomenta che Federico impiegò giuristi formati a Bologna per la redazione.
Il Liber Augustalis stabiliva tre principi rivoluzionari:
Primo: il monopolio statale della giustizia. I signori feudali perdevano il diritto di giudicare i propri sudditi in materia penale. La giustizia diventava funzione esclusiva della corona, esercitata attraverso giustizieri (iustitiarii) nominati e controllati dall'imperatore✦
(22) Sulla centralizzazione giudiziaria: Takayama (1993), Cap. VI; Abulafia (1988), pp. 210-215.
Secondo: l'uguaglianza formale davanti alla legge. In un'epoca in cui il diritto era frammentato per ceto, etnia e confessione, Federico affermò il principio che la legge del re si applicava a tutti i sudditi del regno — cristiani, musulmani, ebrei — senza distinzione✦
(23) L'uguaglianza procedurale nel Liber Augustalis: la formulazione è dell'autore, basata sull'analisi del testo da parte di Kantorowicz. Le comunità musulmane mantennero i propri giudici (qadi) per le questioni interne, ma erano soggette alla giustizia reale in materia penale.
Terzo: la regolamentazione professionale. Il Liber Augustalis conteneva norme sulla pratica medica (obbligo di esame per i medici), sulla qualità dei prodotti (proibizione di adulterazione del vino e delle spezie), e persino sull'urbanistica✦
(24) Norme sulla pratica medica: Liber Augustalis, Titolo XLVI ("De medicis"). La norma anticipa di sei secoli la moderna regolamentazione professionale.
L'asse fiscale: la macchina e i suoi limiti. La duana normanna fu potenziata e centralizzata. Federico creò una rete di funzionari finanziari (magistri procuratores) che rispondevano direttamente alla Curia imperiale✦
(25) Sui magistri procuratores: Abulafia (1988), pp. 224-228.
Ma qui emerge una contraddizione strutturale che la storiografia non sempre evidenzia con sufficiente chiarezza. Lo Stato di Federico era costoso. La burocrazia, l'esercito, le ambasciate, i progetti culturali richiedevano entrate enormi. La pressione fiscale sulla Sicilia e sull'Italia meridionale fu pesante e crescente✦
(26) La pressione fiscale sotto Federico: Abulafia (1988), Cap. XIV ("The Cost of Empire"). Abulafia documenta le rivolte provocate dall'esazione fiscale nel Mezzogiorno.
L'asse culturale: la Magna Curia come laboratorio. Il paragone più appropriato per la corte di Federico non è con le corti medievali europee, ma con le accademie scientifiche del XVII secolo✦
(27) Il paragone con le accademie scientifiche del XVII secolo è dell'autore. L'analogia è strutturale: un mecenate/Stato che finanzia la ricerca con obiettivi strategici.
Michele Scoto tradusse dall'arabo le opere di Averroè✦
(28) Michele Scoto (c. 1175-1232): traduttore di Averroè e astrologo di corte. Haskins (1927), pp. 272-278.✦
(29) Leonardo Fibonacci (c. 1170-1250): il Liber Abaci (1202, ed. rivista 1228) fu dedicato a Michele Scoto e, indirettamente, a Federico. Cfr. K. Devlin, The Man of Numbers (London, 2011).✦
(30) Sulla Scuola Siciliana come progetto politico-linguistico: F. Brugnolo, "La scuola poetica siciliana", in Storia della letteratura italiana I (Roma: Salerno Editrice, 1995).
L'asse diplomatico: l'anomalia nel sistema. Federico operava simultaneamente su tre scacchiere: il papato (che lo scomunicò due volte), i comuni lombardi (che gli resistettero militarmente), e il mondo islamico (con il quale intrattenne rapporti di rispetto reciproco)✦
(31) Sul triplo fronte diplomatico: Abulafia (1988), Capp. XI-XVI.
La sua strategia era brillante ma insostenibile, perché richiedeva un operatore che possedesse simultaneamente competenze militari, diplomatiche, culturali e giuridiche di livello eccezionale. Quell'operatore era Federico. Il problema — lo stesso che Falcando aveva identificato per il regno normanno✦
(32) La fragilità dello Stato personale: cfr. Liber IV, Atto III,
Il modello di sovranità. La differenza tra Federico e i suoi contemporanei non era quantitativa (più potere) ma qualitativa (un tipo diverso di potere). I re di Francia e d'Inghilterra governavano attraverso la consuetudine feudale; Federico governava attraverso la legge scritta. I papi governavano attraverso l'autorità religiosa; Federico governava attraverso la competenza amministrativa. I comuni italiani governavano attraverso il consenso oligarchico; Federico governava attraverso il comando burocratico.
Nessuno di questi modelli "aveva ragione". Ciascuno aveva vantaggi e vulnerabilità. Ma lo Stato di Federico possedeva una caratteristica che lo rendeva al tempo stesso il più efficiente e il più fragile: era il più dipendente dalla qualità del vertice.
Atto III — Visione
Il 13 dicembre 1250, nel castello di Fiorentino in Puglia, Federico II morì.✦
(33) Morte di Federico II, Castel Fiorentino, 13 dicembre 1250: Abulafia (1988), Cap. XVII.
Le voci sulla sua morte furono tanto varie quanto le opinioni sulla sua vita. I guelfi videro la mano di Dio che puniva l'Anticristo. I ghibellini rifiutarono di crederci: per decenni circolarono leggende su un Federico nascosto, vivo, pronto a tornare✦
(34) Le leggende del "Federico dormiente": Kantorowicz (1927), Epilogo. Il mito si fuse con quello del "re nascosto" di tradizione escatologica.
Ma ciò che morì con Federico non fu solo un uomo. Fu la possibilità di un certo tipo di civiltà.
Lo Stato federiciano aveva dimostrato che era possibile governare con la legge anziché con la forza. Che un cristiano poteva dialogare con un musulmano senza che il mondo crollasse. Che la scienza empirica poteva correggere l'autorità dei testi antichi. Che una lingua volgare poteva esprimere pensieri nobili. Ogni singola conquista fu reale. Nessuna sopravvisse nella forma in cui era stata concepita.
L'Università di Napoli continuò a esistere, ma perse il suo carattere di avanguardia laica. La Scuola Siciliana si estinse come movimento, ma i suoi testi migrarono in Toscana, dove Dante li raccolse, li studiò, li superò✦
(35) Sulla migrazione dei testi siciliani in Toscana: Contini (1960), Vol. I, Introduzione; D.S. Avalle, La letteratura medievale in lingua d'oc nella sua tradizione manoscritta (1961).
Contini ha mostrato✦
(36) Contini (1960), Vol. I, pp. 3-18. La dimostrazione filologica della toscanizzazione è il contributo più duraturo dell'opera.
Vi è qui un paradosso che merita attenzione.
Le grandi innovazioni culturali nascono spesso in contesti di potere forte e concentrato — la corte di un imperatore, il laboratorio di un'azienda dominante, il dipartimento di un'università ricca. Ma la loro diffusione e il loro radicamento avvengono in contesti più aperti e frammentati, dove nessuna autorità centrale può impedirne l'adozione e la trasformazione. La Scuola Siciliana nacque sotto il monopolio culturale di Federico. Ma divenne la lingua dell'Italia solo quando quel monopolio si dissolse e i testi circolarono liberamente, copiati, modificati, "traditi" nel duplice senso della parola — trasmessi e trasformati.
L'innovazione centralizzata crea; l'adozione decentralizzata diffonde. La prima richiede un genio al vertice; la seconda richiede l'assenza del genio, perché la sua ombra impedirebbe l'evoluzione autonoma.
Federico, se avesse potuto vedere ciò che sarebbe accaduto, avrebbe forse compreso che il suo più grande lascito non fu ciò che controllò, ma ciò che liberò.